Sentenze (7)

Le sezioni Unite con la sentenza del 17.11.2016 n.23397, hanno finalmente posto un punto fermo sull’annosa questione sulle prescrizioni delle cartelle esattoriali notificate dagli agenti della riscossione e non opposte nei termini previsti dalla legge. La Cassazione Civile ha stabilito che solo il diritto di credito contenuto in una sentenza passata in giudicato si prescrive in 10 anni, mentre la mancata impugnazione di un qualunque atto impositivo non comporta l'allungamento del termine prescrizionale. In sostanza, si applica il principio secondo il quale la scadenza del termine stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva produce l’effetto sostanziale della irrettrattabilità del credito senza determinare l’effetto della cosiddetta “riconversione” del termine di prescrizione breve, eventualmente previsto, in quello ordinario.

L’interpretazione data dalle Sezioni Unite potrebbe essere molto importate per tutti i contribuenti che stanno valutando se aderire alla rottamazione dei ruoli delle cartelle Equitalia. Le cartelle notificate oltre i termini “brevi” (3-5 anni) non precedute da sentenze o da atto interruttivo (es. sollecito, intimazione), ovvero in assenza di specifica previsione potrebbero essere già prescritte e quindi il contribuente non avrebbe alcun interesse alla definizione agevolata. Ovviamente, occorrerà impugnare i provvedimenti esistenti dinanzi al giudice competente per definire la questione.

In una recente sentenza la Corte di Cassazione ha ribadito l’impignorabilità, già stabilita dalla legge, della prima casa da parte di Equitalia. Tale impignorabilità è da farsi valere anche qualora Equitalia avesse avviato il procedimento anteriormente all’entrata in vigore della norma.

La Corte ha infatti spiegato che “in tema di espropriazione immobiliare esattoriale, qualora sia stato eseguito il pignoramento immobiliare mediante la trascrizione e la notificazione dell’avviso di vendita ai sensi dell’art. 78 del D.P.R. n. 602 del 29 settembre 1973, ed il processo sia ancora pendente alla data del 21 agosto 2013 (di entrata in vigore dell’art. 52, comma 1, lett. g), del d.l. 21 giugno 2013 n. 69, convertito, 8 con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013 n. 98, ai sensi dell’art. 86 del decreto legge n. 69 del 2013, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 194 Suppl. Ord. del 20 agosto 2013), l’azione esecutiva non può più proseguire e la trascrizione del pignoramento va cancellata, su ordine del giudice dell’esecuzione o per iniziativa dell’agente della riscossione, se l’espropriazione ha ad oggetto l’unico immobile di proprietà del debitore, che non sia bene di lusso e sia destinato ad abitazione del debitore, il quale ivi abbia la propria residenza anagrafica“.

Perché la prima casa non sia pignorabile devono dunque ricorrere specifiche condizioni:

- dev’essere l’unico immobile posseduto; qualora si fosse in possesso di un altro qualunque immobile, anche un piccolo terreno agricolo, entrambi i beni diventano pignorabili;

- è necessario avervi la residenza anagrafica;

- non dev’essere un immobile di lusso;

- l’abitazione deve avere come destinazione catastale quella abitativa.

Se manca anche solo una di queste condizioni, Equitalia può iscrivere ipoteca sull’immobile, se il debito ammonta almeno a 20.000 euro, e procedere al pignoramento se il debito raggiunge almeno 120.000 euro.

SENTENZA 19270/2014

Con la sentenza 3079/2015, il Tribunale di Venezia ha cancellato le cartelle esattoriali che un artigiano aveva ricevuto per il valore complessivo di 660.000 euro.

Le motivazioni riportate dal giudice nella sentenza sanciscono che Equitalia può emettere, notificare cartelle e agire solo se in possesso dei requisiti validi e documentabili che giustificano le richieste al debitore.

In pratica, non solo il fisco (Inps, Agenzia delle Entrate, ecc.) deve essere in possesso della documentazione “sottostante” la pretesa, ma anche l’agente della riscossione.

L’onere della prova ricade quindi su Equitalia (e sul creditore) e non sul presunto debitore.

SENTENZA 3079/2015

Accade a Lecce e può accadere ovunque: un contribuente si reca a pagare alcune rate in Equitalia e “scopre” di avere, nei confronti dell’agente della riscossione, un debito di 80.000 euro.

Non avendo mai ricevuto notifiche o comunicazioni in merito, impugna il debito presso la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, sostenendo l’illegittimità della pretesa a causa proprio della mancata notifica delle cartelle esattoriali e, in aggiunta, la nullità del ruolo,  per mancanza di sottoscrizione dello stesso da parte del Direttore Provinciale dell'Agenzia delle Entrate.

Nel corso del giudizio, Equitalia non ha potuto produrre prova né delle avvenute notifiche né della sottoscrizione del ruolo, quindi la Commissione ha annullato totalmente la somma richiesta da Equitalia.

SENTENZA 1782/2015

Un vero fulmine a ciel sereno. La tanto attesa sentenza della Corte Costituzionale è uscita: le nomine "fasulle" dei funzionari dell'Agenzia delle Entrate, portati al ruolo di dirigenti senza un pubblico concorso, sono tutte nulle.

E, perciò, sono nulli anche gli atti da questi firmati e notificati ai contribuenti.

SENTENZA 37/2015

Dopo quanto tempo dalla notifica si prescrive la cartella esattoriale?

La Corte di Cassazione ha ribadito, in una recente sentenza, che non tutte le cartelle esattoriali si prescrivono in 10 anni, come sostenuto da Equitalia. Dipende dal tipo di tributo.

3 anni, nel caso in cui oggetto della cartella esattoriale sia il mancato pagamento del bollo auto (tassa di circolazione).

5 anni, tutte le volte in cui oggetto della pretesa esattoriale è un’imposta locale come la tassa sui rifiuti (Tari), l’Imu, l’Ici, la Tosap, un credito per contributi previdenziali dovuti all’Inps oppure una sanzione per violazione del codice della strada.

10 anni, nel caso di imposte sui redditi come l’Irpef, l’Ires e anche l’Irap e l’IVA. La prescrizione ordinaria di dieci anni scatta inoltre tutte le volte in cui Equitalia vanti un credito non in forza di una cartella esattoriale, ma di una sentenza.

SENTENZA 20213/2015

 

Si moltiplicano a valanga le sentenze dei giudici schierati contro Equitalia, che affermano la nullità di tutte le cartelle esattoriali per vizio di notifica.
La problematica giuridica e processuale circa l’inesistenza della notifica per posta effettuata direttamente da Equitalia si è notevolmente riaccesa a seguito della pubblicazione dell’interessante sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Vicenza qui riportata, che con attenta analisi giuridica e giurisprudenziale, ha totalmente annullato la cartella di pagamento per la giuridica inesistenza della sua notificazione.
Secondo i giudici tributari, la notifica delle cartelle effettuata con raccomandata a.r., così come è solito fare l’ente di riscossione, è contraria alla legge. Le norme stabiliscono infatti che la notifica degli atti di riscossione può avvenire soltanto a cura degli ufficiali della riscossione o degli altri soggetti abilitati dal concessionario, dei messi comunali o degli agenti della polizia municipale; tutti soggetti che sono anche gli unici autorizzati, a partire dal 1° luglio 1999, a procedere alla notifica di tale atto mediante raccomandata con avviso di ricevimento. Equitalia, invece, continua a servirsi dei normali “postini”.
Pertanto, le notifiche effettuate a mezzo di comuni raccomandate (le note buste bianche portate a casa dal postino o ritirate all’ufficio postale) devono considerarsi come “mai avvenute” (si parla a riguardo di vizio di “inesistenza”: una sanzione ancora più grave rispetto allo stesso vizio di nullità).

SENTENZA 33/07/12

 

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